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EL ÚLTIMO RINOCERONTE BLANCO / NOW

Teatros del Canal, Madrid

Martes a domingos. Del 24 de abril al 12 de mayo de 2019

24. April – 12. May 2019 (from Tuesdays to Sundays)

 

Allmers, Rita y el hijo de ambos. Ellyof, unigénito, ha quedado paralítico tras una caída. Un accidente que propicia un cruce de acusaciones y confesiones oscuras entre la pareja, así como una auto-reconsideración de sus roles como progenitores. ¿Cuál es nuestra responsabilidad sobre los que nos suceden? ¿Qué papel juega el amor?

 

La directora Carlota Ferrer y del dramaturgo José Manuel Mora vuelven a experimentar con la imagen, el teatro y la danza en esta versión libre sobre El pequeño Eyolf, texto de la etapa final del autor noruego Henrik Ibsen. Viajes emocionales duros pero milagrosos a través de sus personajes, interpretados por Verónica Forqué, Cristóbal Suárez, Julia De Castro, Carlos Beluga, Lucía Juárez, Alejandro Fuertes, Mateo Martínez y Emilia Lazo.

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Almers, Rita and their son. Ellyof, the only child, has been paralysed after an accident. An event that arouses chaos between the couple. A mutual finger-pointing, confessions, the reconsideration of their roles as parents. What is our personal responsibility for our followers, and what role does love play in all this?

The director Carlota Ferrer and the playwright José Manuel Mora experiment together one again with image, theatre and movements. A free and personal version of “Little Eyolf”, final and decisive stage in the career of the Norwegian writer Henrik Ibsen. Hard but miraculous emotional journey through his characters, played by Verónica Forqué, Cristóbal Suárez, Julia De Castro, Carlos Beluga, Lucía Juárez, Alejandro Fuertes, Mateo Martínez and Emilia Lazo.

DE LA PURÍSSIMA / Madrid 2009 – 2019

Porque el folclore es memoria pero también, en la sociedad contemporánea, sigue siendo vivencia.

Es un debate recurrente si el folclore debe mantenerse inalterable y velar por la ‘autenticidad’ de la tradición, o puede evolucionar en consonancia con la sociedad que lo produce. Desde una aproximación ‘purista’, ligada a la idealización (nacionalista, regionalista, localista), la preocupación por la “autenticidad” resulta un imperativo moral. El folclore se concibe como expresión estética atemporal de la tradición. Pero, si bien la búsqueda de la ‘autenticidad’ estilística puede resultar un ejercicio rico de memoria sobre la vida colectiva (una riqueza histórico-etnográfica) los acercamientos en forma de ritualización purista alejan a esta música de lo que siempre ha tenido de popular, de emoción colectiva capaz de conectar a las personas.

Batalla por el folclore

David Prieto 

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Folklore is memory. But, in contemporary society, it is also experience.

Whether folklore must remain unchanged and ensure the “authenticity” or must develop in keeping with the creations of his society has been an ongoing debate. Concern about “authenticity” is a moral imperative from a purist and romantic point of view. This angle is closely linked to idealization (nationalist, regionalist, parochial). Folklore is conceived as a timeless aesthetic expression of tradition. Yet, while the search for stylistic “authenticity” might stimulate the memory of community life, the purist approaches distance this music from its popular essence, from its ability to connect people through collective emotion.Batalla por el folclore

David Prieto

LA RETORICA DELLE PUTTANE / Real Academia de España en Roma 2017 – 2018

Julia de Castro (Ávila, 1984)

Laureata in Storia dell’Arte presso l’Universidad Complutense di Madrid, laureata in Interpretación Textual presso la Real Escuela Superior de Arte Dramático, e diplomata in violino presso il Conservatorio Profesional Arturo Soria di Madrid.

Artista multidisciplinare di proiezione internazionale con il progetto DE LA PURÍSIMA, presentato in quattro continenti.

 

La retorica delle puttane

Provengo da una tradizione culturale occidentale, razionalismo a oltra

nza, che tanti buoni frutti ha dato dal punto di vista tecnologico, ma che è rimasta molto indietro nella sua evoluzione spirituale; e questo per la sua malsana e diabolica necessità di analizzare, tagliare, scindere, separare, conquistare, dominare, purificare. Voglio dire con questo che il principio logico e antropologico che governa le nostre strutture mentali è quello dell’esclusione: il puro (l’uomo) contro l’impuro (la donna: mestruazione, sangue, luna, 28 giorni, tempo, morte). La retorica delle puttane fu pubblicato il 25 agosto del 1642 e per questo il suo autore, Ferrante Pallavicino, venne decapitato nel 1644. La sua opera si ispirava ironicamente al libro chiave del cattolicesimo De arte rethorica, del gesuita spagnolo Cipriano Suárez pubblicato nel 1562.

Dopo aver preso i voti ed essere entrato nel monastro di Santa Maria della Passione nella sua Parma natale, Pallavicino perse drasticamente la fede. Prima si trasferì nel monastro di San Giovanni di Verdara a Padova dove entrò in contatto con l’Accademia degli Incogniti, rappresentanti della libertà letteraria contro la censura cattolica. Il talento come scrittore di questo marchese gli valse i favori della Repubblica Veneziana, dove visse il suo periodo più prolifico, a cominciare dall’opera La Susanna. Se inizialmente i suoi scritti non ebbero problemi con l’autorità civile e religiosa, nel 1639 arrivò la prima condanna. La Retorica delle Puttane prese corpo in prigione.

Cipriano Suárez era morto quando uscì l’opera del parmigiano, formatosi con la sua dottrina. Il suo scritto era una risposta contundente agli anni di ingenuità, all’inganno che aveva subito. Questo progetto si nutre di vendetta, la stessa che spinse Ferrante a scrivere il suo decalogo. È stato deludente leggere nella retorica di Pallavicino il suo odio per le puttane. Lui è morto, trecentosettantasei anni dopo io sono stata educata dal suo sguardo rancoroso. Il 25 agosto del 2018 esorcizzeremo la sua avversione alla prostituzione nelle strade romane. Non scrivo dal carcere, magari verrò giudicata anch’io quando vedrà la luce questa nuova retorica. Che qualcuno mi risponda prima che io muoia.

Ho pagato l’onorario a due prostitute, una romana e una spagnola, con una parte dei soldi della mia borsa di studio. Susanna e Lola esercitano liberamente e senza protettore il loro mestiere. Ho pagato l’onorario di due traduttori, dall’italiano e al latino, con parte dei soldi della mia borsa. Anche Teresa e Francisco esercitano volontariamente il loro mestiere.

In entrambi i casi i lavoratori sono stati remunerati per il loro tempo e le loro conoscenze, fondamentali per lo sviluppo del mio progetto. Durante il processo ho compreso che la parola di una puttana, più del suo lavoro e del suo corpo, genera un grande rifiuto. Per questo ascoltare la sua esperienza a voce alta, amplificarla, è importante. La soddisfazione prodotta dalla giornata lavorativa smetterà di essere una confidenza sottovoce.

Roma contiene una parte della storia della mia città, Ávila. Se voglio vedere la Santa Teresa del Bernini, devo introdurre una moneta nel gettoniere, pagare è importante. Anche in questa retorica si paga per ascoltare e per vedere.

Le prostitute hanno sensori nel corpo, questi attivano i loro microfoni quando si introduce una moneta. La loro verità smonta teorie, consolidate a proposito della sessualità femminile, su ciò che è dignitoso per una donna, sul suo rapporto con il denaro e con il piacere.

Susanna, Lola ed io condanniamo la tratta delle bianche, la violenza e la schiavitù a cui molte prostitute sono sottomesse. Tutte e tre difendiamo la stessa libertà di esercitare il mestiere, di vivere senza che le loro famiglie se ne debbano vergognare, protette dalla società in un quadro legale.

Come condizione per l’assunzione, Susanna ha preteso che non ci fosse una documentazione visiva, non per lei, ma per i danni che questo provocherebbe ai suoi figli. Mi ha dato fastidio, loro rinnegano il lavoro della madre ma vivono di quei soldi. Anche Lola nasconde il suo vero nome per una questione famigliare. Decido di capire, ora è mia madre a occupare lo spazio di Susanna.

Ho memorizzato le loro risate, il loro sguardo sul mondo, la loro fisicità, la loro accettazione del contesto storico in cui, a 51 e 41 anni, si trovano. Non era nei piani un contatto così diretto con il mestiere, ma in realtà era imprescindibile. Le quindici lezioni di Pallavicino sono state rielaborate dall’esperienza di tre prostitute. Il seme di questo progetto è in latino e ritornerà a esso. Cipriano scrisse la sua retorica in latino, Ferrante la reinterpretò in italiano ed entrambe sono state tradotte in spagnolo in forma inedita grazie a questo progetto.

Ora la mia interpretazione di Pallavicino si sviluppa per bocca di Susanna in italiano e per essere infine pubblicata in latino.

Lingua dell’élite, della saggezza ancestrale, la stessa che trasmettono le donne con cui ho lavorato. Anche il latino può essere un rifugio per la donna, per assicurarci la sua trascendenza.

È la lingua che i Romani imposero in tutti i loro territori, quella che consideriamo colta, in cui risiede gran parte delle conoscenze su cui abbiamo basato la nostra civiltà, in cui è stata sepolta la nostra sessualità.